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Daniela Acciarri

Nata a Cupramarittima (AP), Daniela Acciarri si è formata all’Istituto Statale d’Arte di Fermo conseguendo il diploma in arte dei metalli e dell’oreficeria. Ha poi frequentato l’Accademia di Belle Arti di Macerata , dove si è diplomata nella sezione Pittura ed è stata allieva del maestro Remo Brindisi. Conseguita l’abilitazione per l’insegnamento nelle discipline arte dei metalli, disegno storia dell’arte, educazione artistica ha insegnato disegno e storia dell’arte presso la scuola Magistrale “Tecla Relucenti” di Ascoli Piceno. Ha avuto diverse esperienze lavorative nel campo dell’orificeria, dell’incisione e degli smalti a fuoco. Fin dal 1973 ha partecipato a molteplici mostre collettive e personali, riscuotendo notevoli consensi. Daniela Acciarri vive e lavora a Cupra Marittima e nel suo atelier d’arte realizza acquerelli e smalti a fuoco su rame. Per l’arte dello smalto il legame arte-tecnica è indissolubile: richiede da un lato rigorosità e precisione, dall’altro estro creativo e un gusto estetico maturato attraverso la conoscenza della storia dell’arte. Tecnica antica, la lavorazione a smalto è quindi molto impegnativa e forse per questo oggi poco usata. Daniela Acciarri attualmente è titolare della cattedra “Smalti a Fuoco” presso l’Istituto d’Arte Preziotti di Fermo.

Mostre Personali e Collettive:

teressati a lei

Anna Romano, Simonetta Simonetti, Daniela Simoni, Nunzio Giustozzi, Luciano Bruni, Maria Antonietta Ramunno, Marco Leoni, Pier Luigi Rausei, Emiliano Canali, Il Messaggero, Corriere Adriatico, Riviera delle Palme 2008 (Ed. Michele Rossi Grafica).Bimestrale d’Arte,Letteratura e Cultura “In Arte”..Critico d’Arte Dott.ANDREA DOMENICO TARICCO.

IL MICROCOSMO DI DANIELA ACCIARRI

Gli assemblaggi informali di Daniela Acciarri fondano il loro fascino nel recupero delle antiche tecniche di lavorazione degli smalti a fuoco e sull’accostamento sapiente di diversi materiali, come il legno con doratura a guazzo in oro zecchino o lastre di ferro alchemicamente trasmutate con gli acidi. Protagonista è quindi la materia che viene forgiata , domata, guidata in un percorso di ricerca estetica che sembra riassumere in sè millenni di storia. Ad un certo punto del procedimento creativo però l’artista sospende il suo intervento, lasciando agire il caso : lo smalto monocromatico durante la cottura acquisisce inaspettate trasformazioni, disegnando sulla superficie piccole galassie. Per gli alchimisti il mondo dei minerali era una sorta di microcosmo che conteneva in sè i segreti dell’universo : così queste opere sembrano possedere l’energia del magma che esce dalle viscere della terra.

Daniela Simoni

PITTURA A FUOCO. UNA TAVOLOZZA DI SMALTI INCANDESCENTI

È raro e quasi fuori dal tempo il recupero che Daniela Acciarri propone di una tecnica antichissima, quella degli smalti a fuoco, prediletti come mezzo artistico nella loro declinazione più pittorica e meno decorativa, evocatrice degli splendori della Scuola di Limoges (XII-XVI secolo). Anacronistico può sembrare l’uso che ne fa, applicato alla riproduzione di capolavori assoluti, quali opere di Carlo Crivelli, Botticelli, Caravaggio, Michelangelo e persino icone bizantine e russe. Ingenuo procedimento di trasposizione/traduzione supportato da un sicuro mestiere frutto di anni d’esperienza e di studio? O si nasconde un senso più profondo nella sua operazione artistica, destinata – non dimentichiamolo – ad un pubblico avvezzo ormai alle forme d’arte più avanzate, ma forse proprio perciò nostalgico di una dimensione spirituale ineludibile dalla natura umana?
Non “falsi d’autore”, certamente; ma neppure “copie”, a ben guardare. Filo conduttore è l’irresistibile fascino dell’arte sacra che con la purezza riesce ad innalzarci in una dimensione di bellezza lontana dalla quotidianità.
Opere/mediatrici per una contemplazione privata di ciò che è sacro e intangibile, piuttosto, tale e incommensurabile ne sarebbe la comune distanza dal quotidiano vissuto umano.
Ad accorciare le distanze provvede la tecnica esecutiva scelta dall’Artista, essenziale al costituirsi globale dell’opera come oggetto di percezione. Solo negli ultimi tempi, infatti, la storiografia artistica ha rivalutato l’aspetto relativo ai materiali e ai procedimenti, svalutazione generata dall’antica concezione dell’arte come attività puramente manuale, in quanto ha a che fare con il trattamento dei materiali e l’uso di strumenti, e ribadita dalla visione idealistica dell’arte come attività dello spirito. I pannelli dell’Acciarri sono finemente lavorati in smalti policromi con tecnica “Limoges”, in dialogo raffinato con l’arte dei metalli presente in episodi di cesello e sbalzo della lamina in rame, e con l’arte dell’oreficeria, nella profusione di oro, argento, gemme e perle nell’intenzione mimetica di rendere veri gioielli e diademi. Se è vero che né le materie preziose – l’oro dei fondi a foglia d’oro, delle pazienti rifiniture e degli ornamenti in argento bagnati in oro zecchino; perle naturali e preziose pietre dure – né la maestria tecnica possono bastare a conferire un’aura di “artisticità” al manufatto, è pur vero che la qualità dell’opera d’arte dipende dal modo di usare quei materiali e quelle tecniche, ossia dalle scelte che rendono concreto il messaggio estetico che l’Artista intende trasmettere. La tecnica artistica diviene allora un mezzo espressivo con cui definire l’immagine, lo stile, il messaggio, funzione del risultato estetico e simbolico che si desidera trasmettere, giacché è la libertà con cui l’Artista sceglie una soluzione anziché un’altra, il modo tutto personale ed originale che ha di interpretare la tecnica scelta ad individuarne lo stile.
La tecnica limosina dello smalto dipinto su lastra di rame prevede strati sottili che lasciano trasparire il fondo scuro affinché prenda vita il chiaroscuro; pennellate più dense e coprenti sono riservate agli incarnati di una lucentezza lunare, mentre si procede via via a costruire i valori tonali della pittura con sfumature e mescolanze di colori.
Dal canto suo, l’Acciarri preferisce alla pienezza del colore una pennellata veloce e trasparente, diluisce con tocchi veloci e sottili gli smalti traslucidi fino a trasparenze da acquerello, oppure fonde le tonalità in sfumature che paiono bagnate da olio di lino o resine e vernici trasparenti. E pensare che invece lo smalto del colore più o meno ricco o lieve, sgranato o levigato, è il frutto di un difficile equilibrio di temperature e tempi di cottura in forno, poiché gli ossidi colorati si fissano saldamente al metallo attraverso l’incandescenza del fuoco: procedimento di purificazione della materia terrena che in tal modo si avvicina alla purezza e luminosità divina, come polveri impalpabili coagulate dal calore della luce.

Nunzio Giustozzi

 

GALLERIA D’ARTE “LA SPADARINA” DI ROSARIO SCRIVANO
STRADA AGAZZANA 14, 29122 PIACENZA – MOSTRA DI DANIELA ACCIARRI
(25 FEBBRAIO – 11 MARZO 2018)

Capiterà poche volte a ciascuno di noi piacentini di vedere ed implicitamente di apprezzare opere singolarissime come quelle qui riunite di Daniela Acciarri. Perché questa enfasi in questo incipit? Semplice: l’arte di Acciarri è originale, non esageriamo se diciamo stupenda e – soprattutto – nasce da un assemblaggio materico oggi desueto, un tempo invece fra i più praticati in campo creativo. Si tratta della pittura e degli smalti a fuoco su legno e lastra di metallo, tecnica antichissima che raggiunse l’apogeo nella cosiddetta “Scuola di Limoges” nei secoli cruciali fra XII e XVI secolo. Ma Acciarri – come ogni ottimo artista dovrebbe fare – va oltre: nelle sue composizioni troviamo anche oro zecchino, argento e colori ad olio per integrare e dare quella sensazione di ricchezza e di completezza che ogni manufatto di questo livello deve contenere.
Qui alla “Spadarina” espone opere allora atipiche ed un poco démodé per la sensibilità contemporanea abituata o all’assoluta eccentricità o alla raffinatezza estetica spesso fine a sé stessa o alla banale levigatezza formale. Dimostrando una prodigiosa padronanza tecnica maturata in decenni di attività ad alti livelli, Acciarri rivisita tutta la storia dell’iconografia occidentale. I suoi soggetti sono in parte tradizionali, in parte innovativi e sempre e comunque proiettati alla scoperta di una nuova espressività, un nuovo codice di valori, non solo visi e simbolici, ma anche tattili e materici. Le sue opere non hanno e non ricercano un equilibrio canonico, non puntano ad un’astratta razionalità, vivono anzi del proprio organicismo, si esaltano in una declinazione all’apparenza amorfa invero avvolgente. E’ proprio questa misteriosa presenza, questa materia per nulla ossessiva però dirompente nella sua evidente plasticità non più e non solo straniata e straniante, ma in grado di comporre modernissimi puzzle, di forgiare composizioni organicamente vitalissime nella sua folle disarmonia, nella sua cangiante mutevolezza.
Le opere esposte sono tratte dalle serie “Origo” ed “Oltre l’orizzonte” e da altre meno note mentre non ci sono né piatti in terracotta né – dove sempre eccelle l’artista ascolana – esempi di arte orafa.

Fabio Bianchi